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«Legacy»: cosa chiede davvero un festival che compie sessant’anni

Giorgio De Santi by Giorgio De Santi
9 Settembre 2026
in Lifestyle
Reading Time: 9 mins read
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«Legacy»: cosa chiede davvero un festival che compie sessant’anni
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Questo è un editoriale. I dati sull’edizione 2026 di Lucca Comics & Games sono ufficiali; l’interpretazione del tema Legacy è la lettura di CTRL+POP.

Lucca ha scelto una parola pericolosa per celebrare i sessant’anni: Legacy. È facile tradurla in eredità e trasformarla in una vetrina di ricordi. È più difficile prenderla sul serio. Un’eredità non è ciò che conserviamo perché ci somiglia: è ciò che riceviamo senza averlo scelto, decidiamo se trasformare e consegniamo a persone che potrebbero usarlo diversamente da noi.

L’organizzazione lo sa. Nella presentazione ufficiale del 23 giugno ha descritto Legacy come passaggio di testimone e come evoluzione, non nostalgia. Ha scelto perfino la metafora del legacy game, il gioco da tavolo nel quale le azioni modificano permanentemente partite future. È una promessa editoriale precisa: l’edizione 2026, in programma dal 28 ottobre al 1° novembre, non dovrebbe limitarsi a festeggiare il passato. Dovrebbe rendere visibile che cosa Lucca ha ereditato, chi può riceverlo e che cosa resterà dopo la chiusura delle mura.

In breve

  • Il sessantesimo anniversario conta gli anni lucchesi dal 1966; la storia del Salone era cominciata a Bordighera nel 1965.
  • I temi recenti hanno parlato di speranza, comunità, conseguenze e incontro. Legacy aggiunge la responsabilità del tempo.
  • Conservare non significa ripetere: richiede archivi contestualizzati, crediti e memoria anche delle rotture.
  • Trasmettere significa dare strumenti e spazio reale a nuove generazioni, non soltanto raffigurarle.
  • Lasciare un’eredità significa poter indicare ciò che rimane dopo l’evento: accessibilità, archivi, competenze, opere, infrastrutture e relazioni.

Prima dei sessant’anni viene una precisazione

La formula “sessant’anni di Lucca” è corretta dentro il conteggio scelto dal festival, ma merita il suo contesto. Il primo Salone Internazionale dei Comics si tenne a Bordighera nel 1965. L’esperienza si trasferì a Lucca nel 1966, anno dal quale l’organizzazione fa partire l’anniversario cittadino.

Non è una pedanteria. Se Legacy chiede di occuparsi dell’eredità, allora anche le origini devono essere raccontate senza accorciarle per ottenere una frase più pulita. Lucca eredita un’esperienza precedente, la trasforma e poi diventa a sua volta il nome con cui intere generazioni italiane identificano l’incontro fra fumetto, gioco, cinema, animazione, editoria e performance.

La pagina pilastro di CTRL+POP su Lucca Comics & Games 2026 raccoglie date, biglietti, ospiti e informazioni operative. Qui la domanda è un’altra: che cosa dovrebbe dimostrare un tema tanto impegnativo?

Da Hope a Legacy: cinque temi, una traiettoria

I poster non sono il programma, ma dichiarano il modo in cui un’edizione vuole essere letta. Guardare agli ultimi anni permette di capire che Legacy non arriva dal nulla.

2022: Hope

Dopo gli anni più duri della pandemia, Hope orientava il festival verso la possibilità di ricominciare. Il futuro era una direzione desiderata, non ancora garantita. L’immagine firmata da Ted Nasmith affidava all’immaginario fantastico una funzione che Lucca conosce bene: non fuga dalla realtà, ma capacità di darle una forma attraversabile.

2023: Together

Together spostava l’accento dalla destinazione alla relazione. Un festival esiste perché persone, linguaggi e comunità condividono uno spazio. È una verità evidente, ma anche un criterio: stare insieme non coincide automaticamente con sentirsi inclusi, ascoltati o al sicuro.

2024: The Butterfly Effect

Con The Butterfly Effect il cambiamento diventava conseguenza. Una scelta piccola può produrre effetti lontani, come nella metafora resa celebre dalla teoria del caos. Nell’anno del centenario pucciniano il festival legava inoltre trasformazione, opera e identità della città.

2025: French Kiss

French Kiss metteva al centro l’incontro con la cultura francese e il bacio come gesto capace di avviare una storia. Era un tema di scambio, prossimità e contaminazione: ciò che accade quando due immaginari non restano separati.

2026: Legacy

Legacy raccoglie queste linee e introduce una responsabilità in più. La speranza deve produrre condizioni. Lo stare insieme deve creare accesso. Le conseguenze devono essere riconosciute. L’incontro deve lasciare qualcosa che non scompaia al termine dell’edizione.

È una mia lettura, non una promessa già misurata. Ma è il metro più utile per valutare il programma quando sarà completo.

Prima lettura: ricevere significa conoscere anche le fratture

L’organizzazione presenta il poster di Claudio Castellini come un meta-poster: vi convergono protagonisti delle edizioni precedenti e una matita passa a Louise Stéphant, dieci anni, vincitrice per due volte del Petit Fauve. L’originale è stato acquisito dalla Fondazione Banca del Monte di Lucca per la propria collezione permanente.

Il simbolo funziona perché mette insieme archivio e successione. Ma un archivio utile non è una parata di icone. Deve dire chi ha creato cosa, in quale contesto, con quali limiti e quali assenze. Un festival sessantenne ha abbastanza storia per mostrare non solo i successi, ma anche i cambi di formato, le separazioni, gli spazi perduti e conquistati, i linguaggi che un tempo restavano ai margini.

Una prima conseguenza concreta per il programma sarebbe quindi un lavoro di contestualizzazione: mostre con provenienza e crediti leggibili; materiali accessibili anche dopo la visita; percorsi che colleghino opere, mestieri e condizioni produttive; testimonianze in disaccordo fra loro. La memoria diventa eredità quando può essere studiata e discussa, non quando viene soltanto fotografata.

Seconda lettura: trasmettere significa cedere spazio

La matita che passa da Castellini a Stéphant è l’immagine più chiara dell’edizione. La versione alternativa del poster, realizzata dalla giovane autrice, sarà presentata all’apertura del festival. Il gesto evita almeno in parte un rischio comune negli anniversari: usare i giovani come pubblico simbolico di una celebrazione governata interamente da chi possiede già voce e visibilità.

Per diventare struttura, però, il passaggio deve moltiplicarsi. Servono incontri nei quali i mestieri siano spiegati senza mitologia; portfolio review con esiti trasparenti; residenze, laboratori e spazi nei quali esordienti non siano soltanto contorno; programmazione intergenerazionale capace di trattare il canone come punto di partenza e non come esame d’ingresso.

Trasmettere implica anche accessibilità. Un’eredità non passa davvero se il luogo, il prezzo, il linguaggio o gli strumenti escludono sistematicamente una parte dei possibili destinatari. Quando leggeremo mappa e programma definitivi, Legacy potrà essere valutato anche così: quali barriere vengono ridotte e quali persone possono partecipare in una forma prima non disponibile?

Non tutte queste misure sono già annunciate. Sono implicazioni editoriali del tema, non fatti attribuibili all’organizzazione.

Terza lettura: lasciare qualcosa significa accettare che cambi

La metafora ufficiale del legacy game è la parte più fertile della presentazione. In quei giochi una decisione scrive sul tabellone, apre una busta, distrugge una carta o modifica una regola. La partita successiva eredita un mondo diverso. Non tutto è reversibile e non tutto resta sotto il controllo di chi ha cominciato.

Applicata a un festival, l’idea obbliga a chiedere che cosa rimanga il 2 novembre. L’acquisizione permanente del poster è una risposta concreta, per quanto circoscritta. Anche la mostra LEGACY a Palazzo Guinigi è presentata come un ambiente modificabile dai visitatori, accompagnato da dispositivi destinati a restare. Il videogioco ufficiale Luke & Clea – A Quest for Legacy, atteso dal 24 settembre con il livello finale previsto per il giorno d’apertura, estende il tema nel tempo invece di concentrarlo in cinque giornate.

La prova più impegnativa viene però fuori dal programma spettacolare. Restano archivi pubblici consultabili? Miglioramenti all’accessibilità? Competenze nelle scuole e nelle associazioni? Rapporti più equilibrati con la città? Pratiche ambientali misurabili? Memoria delle opere commissionate? Opportunità per chi ha lavorato dietro le quinte?

Nessuna edizione può risolvere tutto. Ma un tema sulla permanenza dovrebbe scegliere alcuni effetti e renderli verificabili. Altrimenti Legacy rischia di diventare una parola elegante per dire anniversario.

Il pericolo della nostalgia amministrata

I festival pop vivono anche di riconoscimento. Rivedere un autore, un personaggio o un luogo produce un’emozione legittima. Il problema nasce quando il ricordo viene usato per impedire domande: era grande, dunque deve restare uguale; ci appartiene, dunque non va reinterpretato; ha funzionato per noi, dunque funzionerà per chi arriva dopo.

L’organizzazione dichiara che Legacy non è nostalgia. Per dimostrarlo dovrà consentire al passato di essere messo in discussione. Ogni eredità contiene valori da proteggere e abitudini da abbandonare. Ripetere il canone può conservarne la superficie e perdere la capacità che lo rese vivo.

Questa è la tensione migliore del tema 2026. Un festival che celebra sessant’anni può chiedere al pubblico di guardare indietro. Un festival che vuole lasciare un’eredità deve anche accettare che il prossimo pubblico non desideri la stessa Lucca.

Il criterio con cui leggere l’edizione

Useremo tre domande quando arriveranno gli annunci:

  • Che cosa viene ricevuto? Non solo titoli e nomi, ma documenti, competenze e contesto.
  • A chi viene trasmesso? Non un giovane pubblico astratto, ma persone con accessi, ostacoli e possibilità differenti.
  • Che cosa cambia dopo il passaggio? Un’eredità viva modifica chi la riceve e viene modificata a sua volta.

Il prossimo satellite, “Sessant’anni di Lucca in dieci momenti che hanno cambiato il festival”, metterà questa lettura alla prova della cronologia, dalle origini del Salone alle trasformazioni che hanno ridefinito evento e città.

Legacy sarà riuscito se il 2026 non sembrerà una teca, ma un passaggio. Conservare ciò che merita, nominare ciò che manca e cedere abbastanza controllo perché qualcuno possa continuare in una direzione non prevista.

Qual è l’eredità di Lucca che vorresti vedere passare alla prossima generazione?

Domande frequenti

Qual è il tema di Lucca Comics & Games 2026?

Il tema ufficiale è Legacy. L’organizzazione lo associa a eredità, passaggio di testimone, trasformazione e responsabilità verso il futuro.

Perché Lucca festeggia sessant’anni nel 2026?

Il conteggio parte dal trasferimento a Lucca del Salone Internazionale dei Comics nel 1966. La prima edizione del Salone si era tenuta a Bordighera nel 1965.

Chi ha realizzato il poster 2026?

Claudio Castellini ha firmato il poster principale. L’immagine include un passaggio di matita alla giovanissima Louise Stéphant, autrice di una versione alternativa prevista per l’apertura del festival.

Quando si svolge Lucca Comics & Games 2026?

L’edizione è in programma dal 28 ottobre al 1° novembre 2026. Le mostre cominciano il 3 ottobre.


Fonti

  • Lucca Comics & Games, “Lucca 60 e Legacy”, 23 giugno 2026
  • Lucca Comics & Games, press release internazionale su Legacy
  • Lucca Comics & Games, “Since 1966: Back to the theatre”
  • Archivio Lucca 2022, poster Hope
  • Archivio Lucca 2023, poster Together
  • Archivio Lucca 2024, poster The Butterfly Effect
  • Turismo Lucca, tema French Kiss dell’edizione 2025
  • The Beat, storia e trasformazioni di Lucca Comics & Games
  • Bleeding Cool, riscontro indipendente sul poster e sui primi annunci 2026

Tags: Claudio Castellinicultura popfestival popLegacyLucca 60Lucca Comics & GamesLucca Comics & Games 2026
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Giorgio De Santi

Cresciuto tra Game Boy, MTV, Star Wars e i pomeriggi passati su Diablo, StarCraft, Final Fantasy e World of Warcraft, sono figlio della cultura pop degli anni ’80 e ’90. Da Berserk a Cowboy Bebop, racconto giochi, cinema, serie TV e tutto ciò che continua a ispirare la mia generazione, con curiosità, spirito critico e la convinzione che la cultura pop sia molto più di un semplice intrattenimento.

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