Nessuno chiede a un tifoso quando crescerà
Un uomo di quarant’anni che passa la domenica allo stadio, urla per novanta minuti e torna a casa rauco è un appassionato. Lo stesso uomo, stesso weekend, in fila a una fiera del fumetto o chino su una miniatura da dipingere, prima o poi si sente chiedere quando pensa di crescere.
L’intensità è identica. La spesa, spesso, pure. Cambia solo cosa c’è dall’altra parte della passione.
Vale la pena dirlo subito, perché è il punto di tutto: la domanda “non sei troppo grande per queste cose?” non è quasi mai una domanda sulla maturità. È una domanda sul gusto, travestita.
Una premessa, e poi non la ripeto più
Qui sotto cito quattro o cinque studi. Sono ricerche serie, ma quasi tutte descrivono associazioni, non cause: dicono che due cose viaggiano insieme, non che una produca l’altra. Chi ha già una buona rete sociale probabilmente vive anche il fandom in modo più sociale, e non il contrario.
Lo scrivo una volta sola e poi vado avanti, perché un editoriale che si scusa a ogni paragrafo non è prudente, è solo illeggibile.
“Essere fan” non vuol dire consumare tanto
Nel 2019 Cynthia Vinney, Karen Dill-Shackleford, Christopher Plante e Anne Bartsch hanno costruito e validato una scala per misurare l’identità dei fan. Il modello finale sta in nove item e tre dimensioni: entusiasmo, apprezzamento, interazione sociale.
La cosa interessante non è la scala in sé — per carità, non trasformiamola nell’ennesimo quiz. È che nessuna delle tre dimensioni è “quante ore guardi” o “quanto compri”. Si può essere fan pensando molto a un’opera, o costruendoci intorno delle relazioni, senza aver mai speso un euro in merchandising.
Nel secondo studio degli stessi autori, l’identità di fan complessiva risultava associata positivamente al benessere, e la componente sociale era quella collegata più chiaramente al benessere relazionale.
La parte che conta è quasi sempre la gente
Un lavoro successivo di Stephen Reysen e colleghi, su Leisure Sciences, ha fatto una separazione utile: da una parte l’attaccamento all’oggetto, dall’altra l’appartenenza al gruppo. Su tre studi, è la seconda a predire il benessere psicologico più della prima.
Nel primo studio pesava il numero di amici che condividono la stessa passione. Negli altri due, la partecipazione a eventi dal vivo. Il consumo di media in solitaria e l’engagement online, invece, non mostravano lo stesso schema.
Tradotto brutalmente: non è il Blu-ray. Sono le persone con cui lo guardi.
Perché certe passioni “sembrano” più adulte
Che lo stigma esista non è solo impressione da bar. Elizabeth Cohen e colleghi hanno messo a confronto sperimentalmente la percezione di fan sportivi e fan di fantascienza e fantasy: i secondi venivano giudicati in media meno attraenti socialmente e fisicamente, con l’effetto più marcato sugli uomini. Sulla competenza legata a un compito, invece, nessuna differenza.
È un esperimento, con i suoi confini: misura reazioni a profili costruiti in laboratorio, non l’Italia del 2026. Ma dice una cosa precisa e scomoda — a parità di struttura (“questa persona è molto appassionata di X”), cambiare la X cambia il giudizio sulla persona.
E qui arriva la parte che di solito nei pezzi come questo si evita. Il sociologo David Peyron ha studiato i nomi che le community si danno: non sono decorazioni, servono a riconoscersi e a tracciare un confine. Quel confine produce appartenenza, che è esattamente il fattore associato al benessere di cui sopra. Ma produce anche gerarchie: chi è “vero fan” e chi no, chi ha letto il manga e chi ha visto solo l’anime, chi c’era prima.
Cioè: la stessa gerarchia di gusto che i fandom subiscono dall’esterno, i fandom la riproducono al loro interno con entusiasmo. È difficile lamentarsi dello snobismo altrui mentre si compila la lista degli esami d’ammissione.
La nostalgia non ti riporta indietro
Molte passioni adulte hanno una componente autobiografica evidente. Una serie vista a quindici anni, una console, una canzone: sono scorciatoie verso una fase della propria vita.
In sei esperimenti pubblicati nel 2016, Constantine Sedikides e colleghi hanno trovato che la nostalgia rafforza la self-continuity, il senso di connessione tra il sé di allora e quello di adesso, in parte passando per una maggiore sensazione di connessione sociale.
È un risultato più fine del solito “la nostalgia fa stare bene”, e la parola chiave è continuità. Rimettere su un vecchio gioco non significa necessariamente voler tornare quindicenni. Più spesso significa riconoscere che quel quindicenne e la persona di oggi sono la stessa storia.
Le domande giuste non riguardano l’oggetto
Non esiste un hobby che renda adulti per definizione. Il collezionismo di orologi può divorare un conto in banca esattamente come le carte Pokémon, e con molta più eleganza formale.
Quindi le domande utili sono altre cinque, e nessuna riguarda cosa ti piace:
È una scelta o un obbligo? C’è differenza tra comprare un volume perché lo vuoi e comprarlo perché nel gruppo sei l’unico che non ce l’ha.
Il budget regge? Collezionare dentro limiti sostenibili è un hobby. Collezionare a debito è un’altra cosa, e non serve un editoriale per capire quale.
La passione costruisce ponti o dogane? Vedi sopra, alla voce “vero fan”.
Il tempo si aggiunge o si sostituisce? Convivere con lavoro e affetti è normale. Cancellarli sistematicamente no.
È una parte di te o è tutta? Questa è l’unica davvero delicata. Un interesse diventa fragile quando resta l’unica fonte possibile di valore personale — e vale per il fandom quanto per la carriera.
Nessuna di queste serve a diagnosticare qualcuno. Servono a spostare il giudizio da cosa ti piace a come ci stai dentro, che è un criterio adulto molto più solido sia del vergognarsi di una action figure sia dell’ostentare di non aver mai visto un anime.
In sostanza
Gli studi non dicono che il fandom sia una terapia, e non dicono che lo stigma sia sparito. Dicono qualcosa di più sobrio: l’identità di fan ha componenti diverse, la parte sociale è quella che si accompagna al benessere, e alcune passioni pagano un prezzo reputazionale che altre, altrettanto intense, non pagano.
Diventare adulti non richiede di archiviare quello che ci ha formati. Richiede di smettere di chiedere il permesso — agli altri e, molto più spesso, a noi stessi.
Riferimenti: Vinney, Dill-Shackleford, Plante & Bartsch, Psychology of Popular Media Culture 8(3), 2019 · Reysen, Plante, Roberts & Gerbasi, Leisure Sciences 46(5) · Cohen, Atwell Seate, Anderson & Tindage, Psychology of Popular Media Culture 6(3), 2017 · Peyron, Transformative Works and Cultures 28, 2018 · Sedikides et al., Emotion 16(4), 2016.






















